domenica 11 dicembre 2011
martedì 1 novembre 2011

martedì 12 luglio 2011










CAP. 27 IL MONDO DECOSTRUITO
APPROFONDIMENTI:
1. LA MOSTRA DEL DECOSTRUTTIVISMO A NEW YORK.
DALLA DECOSTRUZIONE ALLA CYBER-ARCHITETTURA
Sebbene Johnson e Wigley, curatori della mostra del 1988, Deconstructivist Architecture, neghino di riferirsi al pensiero di Derrida, tra i valori di instabilità e anti-gerarchia da essi sottolineati e il concetto di DECOSTRUZIONE introdotto dal filosofo francese, esiste una continuità che non riguarda solo gli aspetti formali ma le basi stesse dell’architettura. La fine cioè della metafisica dell’essere in filosofia corrisponde in architettura alla fine di un’epoca e alla perdita di senso del pensiero modernista.L’innovazione principale del pensiero di Derrida è l’idea dell’opera come testo: il testo per Derrida non ha una struttura a cui riferirsi, ma possibilità infinite di essere letto e interpretato, il testo esiste al di là dell’autore, è un tessuto neutro su cui chiunque può intervenire. Il pensiero di architetti come Eisenman, Libeskind, Tschumi è caratterizzato proprio da questo passaggio dall’opera al testo, dall’instabilità programmatica, dal disfacimento dell’unitarietà dell’opera. Concepire l’opera come un testo vuol dire decostruire il pensiero, la metafisica dell’architettura, non la forma ma ciò che ha a che fare con quelli che Derrida definisce i quattro “punti di invarianza”, ciò che per millenni aveva caratterizzato l’architettura: 1. L’OIKOS, l’idea di architettura come luogo dell’abitare, l’abitare come essenza dell’architettura. 2. L’ARKÉ, il fondamento dell’architettura, in senso sia fisico che ideale (fondamento come struttura ma anche fondamento religioso, politico, ecc., c’è sempre stato, infatti, un principio che ha fondato il valore dell’architettura). 3. Il TELOS, lo scopo dell’architettura (funzionale, politico, ecc.) 4. La CONCINNITAS, l’idea di bellezza così come era stata tradizionalmente intesa. I quattro limiti di una cornice che ha contenuto l’architettura per millenni e che la decostruzione i vuole rompere per portare la disciplina sul piano del linguaggio, dell’espressione (attraverso le idee di instabilità, disaggregazione, disarticolazione).
La decostruzione apre in questo modo la strada alla CYBER-ARCHITETTURA. Secondo Paolo Vincenzo Genovese[1], infatti, l’architettura decostruttivista è lo specchio della crisi di identità venutasi a creare nella società contemporanea e, attraverso l’uso di geometrie non convenzionali, la rottura con i sistemi figurativi del passato, la necessità di ampliare il concetto di forma, lo scollamento del binomio architettura-funzione, esprime il desiderio di indagare forme del vissuto differenti dalla tradizione. La decostruzione segna, in questo modo, un momento di passaggio verso la CYBER-ARCHITETTURA, la ricerca, cioè, grazie all’uso del computer, di nuove modalità di rappresentazione dello spazio più rispondenti, rispetto alle configurazioni trilitiche tradizionali, alle inquietudini della contemporaneità.
[1] in Dalla decostruzione alla cyber-architettura e oltre. L'uso del computer nella progettazione degli spazi non-euclidei, Liguori, Napoli, 2005
lunedì 27 giugno 2011
CAP. 24 _DEI PALINSENSTI
CONTESTO COME PALINSESTO
Il concetto di palinsesto , l’idea , cioè, di un luogo che, come un’antica pergamena raschiata e riscritta, conserva i segni, le stratificazioni, le tracce del passato, entra nell’architettura di Eisenman alla fine degli anni Settanta, sottolineando la necessità di un rapporto con il contesto fino a quel momento ignorato dalla sua ricerca teorica e progettuale. Atopicità e autoreferenzialità, come conseguenza di una concezione strettamente linguistica del processo architettonico sono, infatti, fino a quel momento i concetti chiave su cui si basa la ricerca teorica e progettuale di Eisenman , una ricerca tutta interna all’oggetto architettonico, indagato esclusivamente nei suoi rapporti formali e sintattici, che si traduce nelle Cardboard Houses, oggetti assolutamente atopici, privi di qualsiasi rapporto con il luogo, collocabili teoricamente ovunque.
Il tema del contesto, rispetto alle contemporanee interpretazioni dell’architettura postmoderna, mantiene in Eisenman una forte dimensione concettuale, rimane ancora legato alle teorie linguistiche e all’idea di architettura come “testo”, un testo, però, che adesso assume un significato diverso rispetto alla Cardboard Architecture: non è più la rappresentazione della struttura formale di una narrazione, non più “qualcosa di completo, racchiuso in un libro e nei suoi margini, ma è piuttosto un sistema differenziale, un tessuto di tracce che rimanda all’infinito a qualcosa di diverso e altro rispetto al testo stesso.”[1] Si tratta, quindi, di un passaggio che, come sempre nella ricerca progettuale di Eisenman, ha un fondamento teorico molto forte, chiarito da due saggi degli anni ottanta, The Futility of Objects: Decomposition and Process of Differentiation e The End of the Classical, e che deriva i concetti di traccia e palinsesto direttamente dal pensiero Derrida, cui la sua opera, dopo lo strutturalismo di Chomsky che caratterizza il primo periodo, fa costantemente riferimento.
TRACCE: EISENMAN E DERRIDA
Dal pensiero di Derrida deriva l’idea di un procedimento progettuale aperto ai concetti di decostruzione-decomposizione, a una concezione del progetto architettonico come un sistema di frammenti, di condizioni instabili non riferibili a valori assoluti né a condizioni geometriche o spaziali riconoscibili, ma solo a valori interni a un testo che si presta a diverse possibili letture. Nei progetti definiti “città di scavo artificiale” – quali quelli per Venezia-Cannaregio o il Charlie Check Point a Berlino– l’architettura, attraverso una serie di relazioni e intrecci spaziali, conserva la presenza del passato, le tracce che restituiscono la storia del luogo, le sue geometrie reali o immaginarie per dar vita a molteplici processi interpretativi. Un’idea di traccia che, in accordo con Derrida, non è “traccia di qualcosa, bensì di ciò che non c’è, che non si presenta, né può mai presentarsi”[1], la traccia è ciò che resta, ciò che raccoglie il passato e che il progetto proietta nel futuro, attraverso un’operazione di scavo, uno “sterro archeologico” che, disseppellendo le tracce del passato, le rende presenti, le rende segni, frammenti che l’architettura lega attraverso giustapposizioni, senza legami di senso compiuto: le tracce rimandano solo a se stesse.
DESTABILIZZARE L’ARCHITETTURA: SCALING, ANTI-MEMORIA, IN-BETWEEN
A questa operazione, di scavo, di sterro archeologico nella costruzione di palinsesti architettonici, si associano altre operazioni tutte volte a produrre effetti di destabilizzazione, procedimento analogo alla destabilizzazione concettuale perseguita da Derrida nella sua filosofia; l’uso della SCALING, ad esempio nel progetto di Venezia-Cannaregio in cui Eisenman colloca riproduzioni in scale diverse dell’House XI, attuando, così, uno scollamento tra significante e significato che lascia aperta l’architettura a diverse possibili interpretazioni. La scala non è più riferita all’uomo ma ha valore di per sé, destabilizza l’idea di un’architettura a misura d’uomo, nega due concetti tradizionalmente fondativi per l’architettura: il corpo umano come riferimento per la scala e l’idea di cosa in sé, come specifico oggetto in una specifica scala.
A Berlino, nel Charlie Check Point, introduce invece il concetto di ANTI-MEMORIA: “l’anti-memoria è diversa dalla memoria sentimentale o nostalgica, poiché essa non richiede né cerca un passato (o un futuro)”[1]. Memoria e anti memoria lavorano insieme per produrre un oggetto “sospeso”, un luogo; come strumento dell’anti-memoria Eisenman usa la griglia di Mercatore “un pattern geometrico universale, senza storia, luogo o specificità. Questa griglia collega Berlino al mondo”[2].
Ancora il ricorso alla griglia e allo scaling sono alla base del giardino progettato con Derrida per il Parc de la Villette di Tschumi, Chora L Works, “una riflessione sul tempo, sul passato, il presente e il futuro, e i loro rapporti”, che concretizza il concetto derridiano di Chora, derivato dal Timeo di Platone, l’idea di un substrato primordiale da cui il Demiurgo può produrre qualsiasi forma e, quindi, di qualcosa di indefinito da cui tutto può emergere.
Il WEXNER CENTER (1983-89) si caratterizza, invece, per l’’uso dell’IN-BETWEEN, dello spazio interstiziale che rappresenta uno dei modi di attuare la decostruzione attraverso il superamento della dialettica, lo scardinamento delle opposizione binarie, ma anche la creazione di uno spazio della tensione in cui due entità si affrontano senza dar luogo a una nuova identità, uno spazio che non assume nessuna identità perché si trova tra identità differenti, spazio, quindi, che apre alla differenza, luogo in cui il differire non ha mai fine, lo “spazio della differenza” di Derrida.
IL RUOLO DEL DIAGRAMMA
Dal punto di vista operativo si può individuare nello strumento del diagramma un elemento di continuità in tutta la produzione di Eisenman, caratterizzata sempre dall’assoluta centralità del processo di produzione del progetto e dalla frattura tra significante e significato: da strumento di analisi dell’architettura moderna, di Terragni in particolare, il diagramma diventa strumento progettuale che consente di creare un’architettura più aderente a una realtà complessa e stratificata, sviluppando relazioni complesse tra il linguaggio architettonico e altri sistemi di segni, quello che Deleuze e Guattari definiscono “concatenamento machinico”[1]. A partire dalla seconda metà degli anni ottanta il diagramma troverà un’evoluzione successiva, la ricerca di Eisenman si caratterizza, infatti, per l’uso di programmi digitali e il riferimento ad altri ambiti disciplinari: la geometria non euclidea, la teoria del caos, i frattali, il DNA. I modelli diagrammatici nascono dalla sovrapposizione e interazione di diversi processi deformativi, costituiscono una riflessione teorica sul progetto e, al tempo stesso, gli danno forma conservando le tracce del processo di morfogenesi che lo ha configurato. Il diagramma condensa due concetti alla base del percorso progettuale di Eisenman: l’interiorità dell’architettura, ovvero le condizioni interne di esistenza, le figure retoriche del discorso architettonico articolate in strutture; e l’esteriorità, l’insieme, cioè, delle componenti testuali esterne all’architettura che interagiscono con essa.
[1] P. Eisenman, “Processi dell’interstiziale: note sull’idea di machinico di Zaera Polo” in Peter Eisenman. Antologia di testi su Spacing, a cura di F. M. Mancini, edizioni Kappa, Roma, 2005.
[1] F. Ghersi, Eisenman 1960/1990: dall'architettura concettuale. All'architettura testuale.
[2] F. Ghersi, op. cit.
[1] P. Gregory, Peter Eisenman. Dallo strutturalismo al post-strutturalismo: l’architettura come processo autoreferenziale in “Rassegna di architettura e urbanistica. Linguaggi dell’architettura contemporanea” nn.127-128-129, 2009
[1] P. Eisenman, Architecture as a second language: the text of between in: P. Ciorra, Peter Eisenman: opere e progetti, Electa, Milano, 1993
martedì 31 maggio 2011
Se l’estetica della macchina e della trasparenza è stata espressione, nell’architettura degli anni ’20 e ’30, del nuovo paradigma industriale, della presa di coscienza, quindi, del ruolo dell’industria e della tecnologia in tutte le attività umane, è possibile collegare le ricerche degli anni ’50 e ’60, che con gli Archigram, Buckminster Fuller e i Metabolisti, cominciano a proporre flessibilità e tecnologizzazione delle strutture architettoniche, ai contemporanei sviluppi delle teorie cibernetiche e informatiche? E’ possibile cogliere già in quelle ricerche, nelle proposte di edifici multimediali e “viventi”, i primi segnali del passaggio dal “paradigma meccanico” paradigma informatico?
lunedì 16 maggio 2011
1. L’idea dei “condensatori sociali” degli anni ’30, di modelli abitativi, cioè, che unissero alle funzioni strettamente residenziali spazi collettivi, di uso comune con lo scopo di migliorare le condizioni abitative delle classi operaie, è stata ripresa oltre che da Le Corbusier nel secondo dopoguerra con le unità d’abitazione, da esperienze più recenti che proprio a le Corbusier si ispiravano, quali in Italia, Corviale. Nonostante questi modelli si siano rivelati fallimentari, cosa determina oggi il diffondersi di un fenomeno come il co-housing, di complessi abitativi, cioè, che ricercano nuovamente, come agli inizi del secolo scorso, una dimensione collettiva dell’abitare? I due fenomeni possono essere assimilati?
2. In che senso l’architettura di Mendelsohn può definirsi “processuale, non finita”, riferita “alle leggi progettuali della creazione”? Si può considerare, in questo senso, anticipatrice delle attuali ricerche basate proprio su un’idea di processualità in cui l’artefatto diventa un’estensione del suo stesso processo di produzione e il processo stesso luogo della massima attenzione? Se oggi, grazie all’uso di software e mezzi digitali molto avanzati è possibile realizzare un processo progettuale aperto, fluido e complesso, capace di connettere dinamicamente i diversi parametri del progetto, in che modo, invece, l’architettura di Mendelsohn realizza questa processualità?
martedì 3 maggio 2011
MODERNITÀ' E POST-MODERNITÀ'
La definizione di modernità, come trasformazione della crisi in valore attraverso un’estetica di rottura, corrisponde alla definizione di “post-modernità” data molti autori (Lyotard, Harvey, Vattimo per citarne alcuni) come crisi delle "grandi narrazioni", condizione di relativismo profondo e pluralizzazione dei saperi? Se si può accostare ad altri momenti di crisi, quale quello cui aveva dato risposta il Movimento Moderno sulla spinta del nuovo mondo meccanico e industriale, si può pensare che se ne discosti per l’assenza di valori forti e totalizzanti, quali erano stati la macchina e la fiducia nel progresso nei primi anni del Novecento? Se, cioè, la modernità affronta la crisi e la trasforma in valore, può dirsi lo stesso per la post-modernità?
lunedì 2 maggio 2011
UN NUOVO PARADIGMA: DAL MECCANICO ALL’INFORMATICO
Sono state le nuove tecnologie informatiche e digitali il fattore scatenante del passaggio dal “paradigma meccanico” al cosiddetto “paradigma informatico” o sono esse, invece, solo uno degli strumenti e delle espressioni di un cambiamento culturale più vasto che fa riferimento, ad esempio, alla complessità come nuovo paradigma? Le tecnologie digitali sono, cioè, lo strumento che ha permesso all’architettura di esprimere e dare forma a concetti quali informazione, organizzazione, interconnessione resi centrali dal paradigma della complessità, affermatosi in ambito scientifico prima e poi in tutti i campi del sapere?



