domenica 11 dicembre 2011



CIBERNETICA E PENSIERO SISTEMICO sono i due concetti intorno ai quali vorrei articolare una riflessione su  alcune tendenze dell’architettura contemporanea e sui loro possibili sviluppi.
Attraverso l’introduzione di concetti quali quelli di organismo – sistema la cui natura non è mai riducibile alla semplice somma delle parti- e organizzazione –insieme delle relazioni e interazioni tra le parti di un organismo- infatti, la cibernetica costituisce la premessa per l’elaborazione di un pensiero sistemico non solo in ambito scientifico e filosofico, all’interno dei quali questi due concetti –organismo, organizzazione- hanno sempre costituito  luoghi di grande tensione e problematicità, ma anche in settori e ambiti diversi dal pensiero filosofico e scientifico contemporaneo. L’interrogativo che attraverso questa riflessione vorrei porre è, allora: è possibile, a partire dalle teorie cibernetiche, elaborare un pensiero sistemico anche in architettura? Un modo di pensare l’architettura in termini di connessioni, relazioni, contesto.
Le  tecnologie informatiche negli ultimi anni hanno già profondamente modificato il modo di concepire l’architettura determinando il passaggio da quello che si può definire paradigma “meccanico”, che aveva caratterizzato l’architettura funzionalista, a un paradigma “informatico” che ha determinato il superamento di una concezione dell’architettura come oggetto, entità statica, chiusa e autonoma per privilegiare le interconnessioni dinamiche, le  interrelazioni. L’Information Technology  diventa allora “strumento”, secondo la definizione di Koyré citata nel libro, non nel senso di utensile, di “qualcosa che (…) prolunga e rinforza l’azione delle nostre membra, dei nostri organi sensibili” in grado di potenziarne le capacità fisiche, percettive e cognitive, ma materializzazione di un pensiero, di una nuova visione del mondo. Se, allora, la macchina era il riferimento dell’architettura funzionalista  e efficienza, linearità, logiche causa-effetto le parole chiave, 
il computer diventa il riferimento per l’architettura della rivoluzione informatica e interazione, interattività, interconnessione, dinamismo le parole chiave.
L’architettura non è il risultato di “strutture” (spaziali, costruttive, funzionali, formali) legate linearmente le une con le altre, ma un sistema relazionale interconnesso, luogo, cioè, di interazione, interscambio, mediazione, interfaccia tra due sistemi, rappresentati dallo stesso sistema progettato e dall’ambiente esterno. Capisaldi di questa concezione diventano, allora, lo spostamento dell'interesse dalla forma, come fatto eminentemente geometrico, ai valori interrelazionali e comunicazionali, dal punto di vista metodologico, l’abbandono di rigidi schemi e modelli basati su relazioni predeterminate e preordinate, in favore di modelli e metodologie e progettazione dinamici, capaci di adattamento alle mutevoli condizioni dell’ambiente esterno e agli scopi del progetto anch’essi mutevoli. Molti architetti sperimentano, allora, processi progettuali basati, ad esempio, su algoritmi genetici.
Strumenti come gli algoritmi genetici consentono infatti di introdurre nel processo progettuale possibilità di autogenerazione ed evoluzione del modello in base alla variazione dei dati immessi dal progettista e, per cui il progetto definitivo rappresenta solo un’istantanea, un fermo-immagine. Cambia il ruolo del progettista spostandosi dalla prefigurazione di forme alla gestione di processi creativi con un certo grado di indipendenza e casualità. Si tratta di esperienze progettuali che creano organismi simili a quelli viventi in cui la forma non è mai prefigurata ma definita da principi di organizzazione interna e dalle relazioni con l’ambiente, principi derivati dalla cibernetica.
Sanford Kwinter definisce la  cibernetica come la “disciplina tesa a inquadrare tre fenomeni primari nel mondo naturale e non: integrazione, organizzazione e coordinazione” e sostiene che l’architettura giochi un ruolo privilegiato “nel portare questi processi di organizzazione, integrazione e coordinazione in primo piano” nell’esperienza stessa, attraverso la loro materializzazione in artefatti che mostrano, rendono visibili quei processi ed eventi, che stanno alla base della loro forma.
La cibernetica, come scienza che si occupa dei problemi di comunicazione e controllo negli esseri viventi e nelle macchine, secondo la definizione data da Wiener, enunciando leggi e principi validi sia per gli organismi naturali che per i sistemi artificiali, he reso sempre più sfumati i confini tra mondo naturale e mondo artificiale, consentendo la realizzazione di artefatti sempre più simili a esseri viventi. Se già nelle prime decadi del novecento, in anni precedenti alla cibernetica, furono concepiti macchine che cercavano di imitare il comportamento di organismi viventi riproducendone anche le sembianze, come l’oca di Vaucanson che masticava e digeriva il suo cibo come un’oca reale, è a partire dagli anni quaranta, con l’avvento della tecnologia dei calcolatori e del controllo automatico e l’emergere in biologia di una concezione della vita fondata su uno stretto legame tra sistemi viventi e sistemi inanimati, che si  arriva all’”imitazione della vita”, alla costruzione di artefatti, cioè,  che non si limitavano ad imitare gli organismi viventi ma  riproducevano comportamenti biologici quali quelli di adattamento, autorganizzazione, apprendimento selettivo fino ai più recenti studi sull’Intelligenza artificiale, le reti neurali e la vita artificiale che si propongono di comprendere i fenomeni biologici (quali la riproduzione, lo sviluppo, l’evoluzione, l’interazione con l’ambiente, l’apprendimento). Se i confini tra organico inorganico diventano sempre più indistinti, tanto che il corpo umano stesso appare contagiato e rimodellato dalla tecnologia, diventando cyborg, essere ibrido tra macchina e organismo, allo stesso modo l’architettura da sistema massivo e statico comincia a trasformarsi a sistema interattivo, capace di adattamento, di movimento, di trasformazione.
Se già negli anni Cinquanta Gianfranco Caniggia,  nei suoi studi su edilizia, città e territorio,  intuisce la necessità di una lettura del mondo costruito come organismo, in termini processuali e fenomenologici.  «Edilizia, città e territorio sono entità organiche e viventi legate a metafore biologiche (nei concetti di organismo, di cellule, di tessuto connettivo, di evoluzione, ecc.); a metafore cibernetiche (nei concetti di sistema, meccanismo di retroazione, regolazione, equilibrio, ecc.).
 Negli anni Sessanta l’influsso delle teorie cibernetiche e informatiche comincia a ripercuotersi anche sull’architettura che, comincia a proporre la flessibilità e la tecnologizzazione delle strutture architettoniche per rispondere ad esigenze di autocontrollo e autorganizzazione: le cupole geodetiche di Buckminster Fuller realizzano sistemi di controllo ambientale estremamente sofisticati, gli Archigram propongono edifici spostabili su gambe a telescopio o scivolanti su un cuscino d’aria;
Takis Zenetos, un architetto greco  fin dagli anni cinquanta coglie l’importanza che l’elettronica può avere nell’architettura suggerendo un’idea di architettura completamente nuova basata proprio sulla centralità della tecnologia informatica, in Electronic Urbanism suggerisce l’idea di una rete senza limiti, che tende a ricoprire tutta la terra e che costituisce un supporto alla residenza, all’interno di suoli artificiali di supporto è possibile costruire moduli abitativi delimitati dall’esterno da membrane interattive che formano semisfere, tra loro interconnesse.
Se in queste ricerche  è già possibile ritrovare l’influsso delle teorie cibernetiche, l’idea, quindi,  di un’architettura come organismo  è solo negli ultimi decenni che l’architettura, servendosi come abbiamo visto di strumenti di progettazione dinamici, generativi, riesce a pensare veri e propri organismi intelligenti, basati sull’interazione con l’ambiente e con l’utente.
Così, ad esempio, Makoto Sei Watanabe nella  stazione della metropolitana  Iidabashi di Tokyo realizza forse il primo esempio di architettura organica generata ed evoluta al computer, prima traduzione concreta di The Induction Cities , un’architettura concepita come un  seme, secondo un processo simile alla crescita di un organismo. La stazione della metropolitana, , è caratterizzata da una struttura, denominata Web Frame che, prodotta da programmi informatici, si sviluppa nel sottosuolo di Tokyo proliferando come una pianta esprimendo il continuo divenire della materia, colto nell’atto stesso del suo formarsi e cristallizzato in una configurazione che rappresenta però l’intero processo conformativo.
Karl S. Chu  con il progetto X PHYLUM propone un processo analogo: parte dalla Macchina Universale di Alan Turing, alla base del moderno computer digitale, per definire una “macchina evolutiva astratta”, un algoritmo genetico in grado di evolvere attraverso l’automodificazione e ottimizzazione dei suoi stati interni, la forma finale sarà, quindi, il risultato di un processo epigenetico, lo sviluppo graduale di strutture differenziate a partire da elementi indifferenziati e morfologicamente omogenei in grado, però, di innescare una dinamica autoproduttiva, secondo un processo del tutto analogo a quelli utilizzati negli studi sulla Vita Artificiale per generare forme di vita al computer, analogamente Chu parla di “monadi computazionali” come nuove “specie” nate da processi epigenetici generati al computer, traducendo gli studi sulla vita artificiale in architetture astratte basate  su meccanismi autogeni e auto-organizzativi. Una “nuova specie di architettura bionica basata su una concezione algoritmica del mondo”.
Anche La ricerca di François Roche e del gruppo R&Sie(n) è basata da anni sul concetto di architettura genetica, sui concetti di trasformazione e rigenerazione della materia, attraverso procedimenti generativi della forma  e il ricorso a processi meccanici o naturali nella elaborazione dei progetti che suggeriscono l’idea di una perenne trasformazione. Un’architettura che interpreta meccanismi evolutivi, di crescita, come nel caso del progetto Olzweg: “un congegno ecosofico e di macchine schizoidi” per la creazione di nuovi spazi. In una grande corte urbana  della dimensione di un isolato, aperta sulla città in corrispondenza di uno spigolo,  all’interno del quale il processo generativo è attivato da una macchina, una sorta di robot che utilizza gli scarti delle bottiglie in vetro degli abitanti del quartiere per trasformarle in stecche di vetro e distribuirle, secondo una logica spaziale, a ridosso degli edifici, lungo il perimetro interno della corte. (…) Il risultato è una colonizzazione materica, un paesaggio nidificato e a forte tensione estetica che restituisce alla città l’immagine seducente di un processo meccanizzato, generatore di nuovi spazi”.
La relazione tra cibernetica e pensiero sistemico costituisce quindi la sfida oggi per l'architettura a non limitarsi a una ricerca soltanto formale ma a porsi come un vero e proprio anello di un ecosistema, come parte di una dinamica più complessa, sistema soggetto alle medesime leggi della natura. Significa quindi pensare gli edifici e le città partecipi della stessa complessità presente in natura e, quindi, assoggettati agli stessi principi e leggi organizzative. Un’architettura che si può definire genetica o rizomatica, secondo la definizione di Deleuze, perché utilizza procedimenti agerarchici, aperti continuamente a inclusioni e connessioni, esattamente come avviene in natura, e per questo, usando la  tecnologia come strumento e la natura come ispirazione, si può considerare, usando le parole di Prigogine, “ascolto poetico della natura e contemporaneamente processo naturale nella natura”.