












CAP. 27 IL MONDO DECOSTRUITO
APPROFONDIMENTI:
1. LA MOSTRA DEL DECOSTRUTTIVISMO A NEW YORK.
DALLA DECOSTRUZIONE ALLA CYBER-ARCHITETTURA
Sebbene Johnson e Wigley, curatori della mostra del 1988, Deconstructivist Architecture, neghino di riferirsi al pensiero di Derrida, tra i valori di instabilità e anti-gerarchia da essi sottolineati e il concetto di DECOSTRUZIONE introdotto dal filosofo francese, esiste una continuità che non riguarda solo gli aspetti formali ma le basi stesse dell’architettura. La fine cioè della metafisica dell’essere in filosofia corrisponde in architettura alla fine di un’epoca e alla perdita di senso del pensiero modernista.L’innovazione principale del pensiero di Derrida è l’idea dell’opera come testo: il testo per Derrida non ha una struttura a cui riferirsi, ma possibilità infinite di essere letto e interpretato, il testo esiste al di là dell’autore, è un tessuto neutro su cui chiunque può intervenire. Il pensiero di architetti come Eisenman, Libeskind, Tschumi è caratterizzato proprio da questo passaggio dall’opera al testo, dall’instabilità programmatica, dal disfacimento dell’unitarietà dell’opera. Concepire l’opera come un testo vuol dire decostruire il pensiero, la metafisica dell’architettura, non la forma ma ciò che ha a che fare con quelli che Derrida definisce i quattro “punti di invarianza”, ciò che per millenni aveva caratterizzato l’architettura: 1. L’OIKOS, l’idea di architettura come luogo dell’abitare, l’abitare come essenza dell’architettura. 2. L’ARKÉ, il fondamento dell’architettura, in senso sia fisico che ideale (fondamento come struttura ma anche fondamento religioso, politico, ecc., c’è sempre stato, infatti, un principio che ha fondato il valore dell’architettura). 3. Il TELOS, lo scopo dell’architettura (funzionale, politico, ecc.) 4. La CONCINNITAS, l’idea di bellezza così come era stata tradizionalmente intesa. I quattro limiti di una cornice che ha contenuto l’architettura per millenni e che la decostruzione i vuole rompere per portare la disciplina sul piano del linguaggio, dell’espressione (attraverso le idee di instabilità, disaggregazione, disarticolazione).
La decostruzione apre in questo modo la strada alla CYBER-ARCHITETTURA. Secondo Paolo Vincenzo Genovese[1], infatti, l’architettura decostruttivista è lo specchio della crisi di identità venutasi a creare nella società contemporanea e, attraverso l’uso di geometrie non convenzionali, la rottura con i sistemi figurativi del passato, la necessità di ampliare il concetto di forma, lo scollamento del binomio architettura-funzione, esprime il desiderio di indagare forme del vissuto differenti dalla tradizione. La decostruzione segna, in questo modo, un momento di passaggio verso la CYBER-ARCHITETTURA, la ricerca, cioè, grazie all’uso del computer, di nuove modalità di rappresentazione dello spazio più rispondenti, rispetto alle configurazioni trilitiche tradizionali, alle inquietudini della contemporaneità.
[1] in Dalla decostruzione alla cyber-architettura e oltre. L'uso del computer nella progettazione degli spazi non-euclidei, Liguori, Napoli, 2005