1. L’idea dei “condensatori sociali” degli anni ’30, di modelli abitativi, cioè, che unissero alle funzioni strettamente residenziali spazi collettivi, di uso comune con lo scopo di migliorare le condizioni abitative delle classi operaie, è stata ripresa oltre che da Le Corbusier nel secondo dopoguerra con le unità d’abitazione, da esperienze più recenti che proprio a le Corbusier si ispiravano, quali in Italia, Corviale. Nonostante questi modelli si siano rivelati fallimentari, cosa determina oggi il diffondersi di un fenomeno come il co-housing, di complessi abitativi, cioè, che ricercano nuovamente, come agli inizi del secolo scorso, una dimensione collettiva dell’abitare? I due fenomeni possono essere assimilati?
2. In che senso l’architettura di Mendelsohn può definirsi “processuale, non finita”, riferita “alle leggi progettuali della creazione”? Si può considerare, in questo senso, anticipatrice delle attuali ricerche basate proprio su un’idea di processualità in cui l’artefatto diventa un’estensione del suo stesso processo di produzione e il processo stesso luogo della massima attenzione? Se oggi, grazie all’uso di software e mezzi digitali molto avanzati è possibile realizzare un processo progettuale aperto, fluido e complesso, capace di connettere dinamicamente i diversi parametri del progetto, in che modo, invece, l’architettura di Mendelsohn realizza questa processualità?
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